Ancora un No alle trivelle nello Jonio

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Mediterraneo No Triv ha presentato al Ministero dell’Ambiente e al Ministero dello Sviluppo Economico, nuove osservazioni contro l’istanza di ricerca di petrolio della società Transunion Petroleum Italia Srl (D68).

“La società petrolifera – si legge in una nota dell’associazione – intende estrarre petrolio  nel Mar Ionio e a causa delle numerose osservazioni presentate da associazioni, cittadini e diversi comuni della Basilicata e della Calabria, è stata invitata dal Ministero a controdedurre.

Nelle sue difese tecniche la società petrolifera sferra un duro attacco a Mednotriv accusata di aver fatto copia incolla di altre osservazioni già inviate dal comitato ambientalista contro altre istanze di ricerca.

Siamo stati costretti a dover precisare che l’indicazione è frutto di una superficiale e grossolana lettura dei nostri atti.

In effetti, quello che la società Transunion Petroleum considera errori di refuso o copia incolla sono, in realtà, citazioni e rinvio a studi scientifici svolti da altre compagnie petrolifere citate, appunto, per confermare che alcuni sistemi di ricerca del petrolio possono essere potenzialmente pericolosi.

Mediterraneo No Triv ha evidenziato anche altre criticità che rendono potenzialmente pericolo cercare e poi estrarre petrolio nel mar Ionio.

In effetti, è stata di recente scoperta una megafrana che conferma il rischio geologico nel Mar Ionio.

Inoltre, un importante studio sugli habitat  prioritari presenti nel golfo di Taranto, ha evidenziato che le attività di ricerca e di estrazione del petrolio può comportare danni gravi e irreversibili agli ambienti marini profondi.

Nei nostri mari esistono numerose specie strutturali protette già segnalate nella letteratura scientifica e inserite nella Convenzione di Barcellona e di Berna.Lo studio scientifico ha il previo di evidenziare anche l’esistenza, nei nostri mari, di barriere coralline in profondità estremamente vulnerabili come, appunto, le piattaforme coralligene.

Questo habitat è molto rappresentato nel Golfo di Taranto, lungo tutte le coste ioniche. Le piattaforme sono create da alghe coralline e altri organismi sessili costruttori in grado di depositare carbonato di calcio ed edificare strutture articolate e persistenti, che ospitano una ricca flo-ra e fauna. Molte specie animali che vivono nell’ambiente coralligeno sono protette dalla legislazione vigente. Le piattaforme coralligene sono rinvenibili fino a 120 m di profondità con seegnalazioni a largo di Santa Maria di Leuca, Porto Cesareo, Taranto, Policoro.

Gli effetti dell’attività di ricerca e di estrazione di petrolio sul corallo bianco e il corallo nero e sull’intero habitat prioritario marino, sarebbe disastroso già durante la fase di realizzazione delle basi di appoggio temporanee o permanenti delle piattaforme petrolifere, senza contare i danni conseguenti alla fase di pompaggio.

Inoltre, la frazione più pericolosa degli idrocarburi è quella degli idrocarburi policiclici aromatici che sono inquinanti cancerogeni e, purtroppo, tendono ad accumularsi e concentrarsi nei tessuti animali.

Se qualcuno sostiene l’interesse economico delle compagnie petrolifere, non ha però considerato l’incidenza economica rappresentata dai potenziali pericoli per l’habitat marino e, di conseguenza, per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Inoltre, non possiamo consentire che voci economiche importantissime come il turismo in Basilicata e Calabria devono essere sacrificate rispetto a quelle derivanti dallo  sfruttamento petrolifero nei nostri mari con peculiarità uniche come, appunto, le piattaforme coralligene”.

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